Almanacco del Wrestling - AKIRA MAEDA


Da Wikipedia: la persona nel segno dell'Acquario è estrosa, originale. Vista la dominanza uraniana è
difficile da ingabbiare all'interno di schemi e concetti precostituiti, di norma insofferente alle regole e alla società. È alla costante ricerca di un suo modo per esprimersi in ferma opposizione agli altri.

Se c'è una cosa che abbiamo imparato in questi primi capitoli dell'Almanacco del Wrestling, è che in Giappone questa disciplina è stata spesso presentata come un campo dove i Protagonisti si misuravano non semplicemente in base alle loro qualità tecniche, alle loro aspirazioni. La "sostanza" di base, l'humus dal quale ogni wrestler di successo doveva cercare di far germogliare la propria voglia di emergere, era ciò che da dentro li muoveva.

No, non sto parlando del cuore, della capacità di gettarlo oltre all'ostacolo, qualunque esso fosse. Akira Maeda si prende questo Capitolo per il suo fegato. Per il fatto di non aver mai voluto abbassare lo sguardo di fronte a nessuno - anche il motivo fosse semplicemente quello di prendere meglio la mira...

Maeda nasce a Osaka il 24 Gennaio 1959 - segno zodiacale acquario, appunto - ed è diventato un karateka diciottenne di belle speranze quando nel 1978 viene notato da emissari della New Japan. Lo invitano nel dojo, dove prepararsi come wrestler professionista. Come già successo ad altri giovani prospetti prima di lui, parte del percorso formativo include il viaggio in Inghilterra, dove - con il nome di Kwik Kik Lee - viene presentato al pubblico come il fratello del già popolare Sammy Lee, passato poi alla storia come la prima incarnazione del leggendario Tiger Mask.

Nell'aprile 1984, un gruppo di wrestler affiliati alla NJPW, Ryuma Go, Rusher Kimura, Gran Hamada, Nobuhiko Takada, Yoshiaki Fujiwara (quest'ultimo da me citato in lungo e in largo durante la mia militanza in SIW tra il 2022 e il 2023) e appunto Akira Maeda decisero di dare vita a un movimento che portasse sul ring uno stile di combattimento più orientato alle radici marzialiste che non al "colore" del wrestling statunitense o addirittura messicano.

Per fare questo, non ci fu altra via se non quella di recidere il cordone dal maestro Antonio Inoki e dalla sua visione occidentale del puroresu, dimostrata anche dalla scelta di dare a Hulk Hogan l'opportunità di elevarsi nell'olimpo giapponese con il trionfo nel primo International Wrestling Gran Prix del 1983. 

In cabina di comando della neonata Universal Wrestling Federation sedeva una nostra vecchia conoscenza dell'Almanacco, quel Hisashi Shinma già presidente della WWF e deus ex machina dietro agli storici cambi di testimone della Corona WWF tra Inoki e Bob Backlund. Fu proprio Shinma ad accordarsi con Vince McMahon per far sì che una rappresentanza della UWF facesse capolino negli States per accrescere il proprio prestigio, con Maeda presentato ai fan del Nord Est americano come Campione Internazionale WWF. 

La visione di questi pionieri dello shoot-style era chiara: proporre un prodotto che nulla aveva a che vedere con ciò cui gli appassionati potevano assistere nei programmi tv della All Japan e New Japan, che venivano bollati come "poco realistici" (eufemismo...), e per fare questo vennero incorporate tecniche appartenenti al catch wrestling caro a uno dei trainer, l'onnipresente Karl Gotch, allo judo, il ju-jitsu e la kickboxing. Ben presto alcuni stessi degli "UWF Originals" come Hamada e Kimura decisero di cambiare bandiera e passare alla AJPW, tanta si rivelò la loro stessa difficoltà all'adattarsi a questo nuovo, durissimo stile di lotta.

Quello che fece naufragare la prima incarnazione della UWF non fu però la mancanza di wrestler disposti a cimentarsi sul ring più impegnativo del mondo, bensì l'incapacità di sintesi tra visioni e direzioni diverse da imprimere a questo innovativo gruppo: da un lato, Akira Maeda e i suoi alleati, fedeli alla missione originaria e pronti a subire anche cocenti sconfitte pur di portare al pubblico una serie di incontri e sfide il più avvincenti e indecise possibili. Dall'altro, Satoru Sayama, che voleva a tutti i costi far valere il peso specifico della sua maschera di Super Tiger e ritagliarsi un ruolo di primo piano a livello di matchmaking.

Le tensioni culminarono nel match a Osaka del 2 settembre 1985, dove i due rivali non si risparmiarono alcun colpo, fino a che uno di questi, scagliato da Maeda, finì un po' troppo sotto la cintola del Tigre per non andare a decretare la fine della contesa per squalifica. 

Sayama lasciò la UWF, non salendo più su un ring per oltre un decennio, mentre Maeda fu allontanato dalla sua stessa creatura, prima che questa chiudesse i battenti di lì a poco.

Ecco, il tema del "calcio", che dà il titolo a questo capitolo, inizia a prendere forma, anche se il culmine è ancora da raccontare. Maeda, Fujiwara e Takada, tra gli altri, tornano "all'ovile" e siglano un accordo con Antonio Inoki per il rientro in New Japan. La sagacia della Leggenda Giapponese, va detto, è quella di re-introdurre i figlioli prodighi legittimandone il passato in UWF, ma soprattutto mostrandoli al pubblico non in match contro alcuni esponenti fissi della scuderia preesistente (figurarsi dream match come Inoki-Maeda o Fujinami-Fujiwara), ma in contese tra loro, dove poter così rimarcare al grande pubblico le caratteristiche peculiari e lo stile originale di questi combattenti...Lezione per i promoter del giorno d'oggi sul come si presenta al pubblico un nuovo elemento.

Inoki crea appositamente la "UWF Representatives League", vera e propria vetrina per i nuovi arrivi in casa New Japan, e dalla tournée New Year Dash del 1986 si inizia a costruire, mattone per mattone, la torre che avrà come apice lo scontro diretto tra i rappresentanti storici della NJPW e questo gruppo di ribelli. 

Akira Maeda in questi mesi non fa assolutamente nulla per levarsi di dosso la reputazione di atleta senza compromessi, pronto a qualsiasi scelta, anche estrema, pur di portare avanti la sua causa, il suo credo, il suo modo di contemplare l'arte del combattimento ed il wrestling come sua espressione. Il primo atleta UWF a farsi strada nel Regno di Inoki è Nobuhiko Takada, che sconfigge Shiro Koshinaka diventando Campione Junior Heavyweight. Nell'estate del 1986, Maeda e Osamu Kido sconfiggono Kengo Kimura e il mostro sacro Tatsumi Fujinami diventando Campioni di Coppia IWGP...È ormai testa a testa tra le due fazioni, una sorta di guerra civile dove i veri vincitori sono gli appassionati di puroresu, che non solo assistono a contese tra wrestler fino a poco tempo prima accasati in realtà esterne, ma soprattutto si fanno testimoni della creazione di un nuovo stile di wrestling, dove il quadrato torna a prendere il sopravvento e le leve articolari vengono affinate così tanto da determinare molto spesso la fine degli incontri. Maeda inizia qui a costruire, insomma, non soltanto la sua reputazione, ma la sua eredità nel wrestling, come vedremo lungo questa nostra storia...

...Eccoci quindi all'apice del racconto, nel bel mezzo della tournée che nel 1987 assegnava la Japan Cup a coppie (antesignana della G1 Climax). Il cosiddetto "girone all'italiana" vide la partecipazione di Antonio Inoki & Dick Murdoch, Kengo Kimura & Tatsumi Fujinami, Masa Saito & Yoshiaki Fujiwara, Seiji Sakaguchi & Scott Hall, Keiji Mutoh & Nobuhiko Takada, Akira Maeda & Junji Hirata, Kendo Nagasaki & Mister Pogo e le cenerentole Ron Starr & Ron Ritchie. 

Per l'ottavo giorno della serie, data astrale 19 Novembre, il match di cartello vedeva di fronte il trio di Maeda, Takada & Kido contro Masa Saito, Hiro Saito ed il popolarissimo Riki Choshu, sulla cresta dell'onda dopo il suo recente ritorno dalla All Japan e la sua affiliazione al gruppo Takeshi Puroresu Gundan (fazione dalla quale emergerà di lì a un mese il "mostro straniero" Big Van Vader...ma questa è un'altra storia).


Choshu aveva costruito la sua fama di wrestler su due tecniche in particolare: il Riki-Lariato (running clothesline) e lo Scorpion Death Lock, la cui invenzione viene accreditata da più fonti allo stesso "Guerriero Rivoluzionario", così come veniva soprannominato questo wrestler. Lo Scorpion Death Lock, per quanto devastante per chi vi si trova intrappolato, pone un problema per chi la esegue, nel caso in cui si trovi in un contesto a squadre, e non un match singolo: per applicarla con massima leva, entrambe le mani sono impegnati nella chiusura a chiave, esponendo di fatto la propria guardia ad un eventuale attacco laterale o da tergo. Avete già capito dove voglio arrivare...

Nel calcio probabilmente più famoso nella storia del puroresu, Maeda esce dal suo angolo e rifila un calcio devastante sull'arcata sopraccigliare di Choshu, che non va in frantumi solo perchè il paratibie di Maeda attutisce di fatto il colpo quanto basta per non spedire Riki a metà della settimana successiva, come avrebbe detto Gorilla Monsoon. Inutile a dirsi, il match a quel punto va completamente a ramengo: salgono sul ring tutti i wrestler, i secondi...e possibilmente anche i terzi, i quarti e i loro cugini di secondo grado.

Antonio Inoki di lì a poco si sarebbe ritrovato di fronte a un mugulo di giornalisti, a dover spiegare la defenestrazione di Akira Maeda dalla scuderia, camminando così lungo quella sottile linea che divideva il ciò che si era visto dal ciò che si sarebbe dovuto vedere. Perchè una reprimenda così dura? Non sarebbe bastata una squalifica da parte dell'arbitro? Magari un taglio dello stipendio a causa degli impegni sul ring persi da Choshu per via dell'infortunio al viso. 
Invece no, linea durissima. Più domande che risposte, dunque.

La risposta più chiara la dà Maeda, e con lui il suo gruppo di compagni. Una risposta che ascrive Akira Maeda nella grande storia del wrestling mondiale, e quindi in questo Almanacco. Nasce la  NEWBORN UWF, seconda incarnazione della lega fondata quattro anni prima. 

Il ritorno della UWF, che segna un successo del gruppo ancora più grande rispetto alla sua prima fondazione, cambia del tutto il panorama prima giapponese, e poi oltreoceano - Pacifico in questo caso. Per stare al passo con i ribelli (no, niente birra da discount qui), sia la New Japan che la All Japan iniziano a promuovere match dove l'enfasi si sposta dal gong iniziale a quello finale: sempre meno match di cartello terminano in conteggi fuori dal ring o squalifiche, sempre meno epiloghi per schienamento, a favore di wrestler costretti alla sconfitta per sottomissione...il cosiddetto tap out che ai tempi veniva usato con un senso ben preciso: era l'ultimo sforzo di un wrestler impossibilitato a usare la propria voce, per abbandonare la contesa.

Oramai, si vedono leve alle gambe terminare con wrestler che, inspiegabilmente (almeno, a me non è mai successo...), perdono temporaneamente la capacità verbale e si trovano costretti a battere sul tappeto il proprio ritiro dal match, prima ancora della ritirata. Coreografare la propria sconfitta...Mah.

Avete quindi ora un quadro più chiaro, sul profilo umano e competitivo del nostro Protagonista di oggi, ma ritengo ci siano modi per conferire altri colori alla vostra immagine: ho deciso di corredare questo capitolo con una serie di filmati che hanno lo scopo non soltanto di mostrarvi le vicende di cui narro, ma soprattutto di farvi entrare nella rovente atmosfera che ha caratterizzato un periodo così importante, nella storia del puroresu. I video che seguono sono un degno epilogo di questo emozionante viaggio nei ricordi - e nelle emozioni.

26 Marzo 1986, Metropolitan di Tokyo
Match a eliminazione, 5 contro 5: Team New Japan (Antonio Inoki, Tatsumi Fujinami, Kengo Kimura, Umanosuke Ueda e Kantaro Hoshino) vs Team UWF (Akira Maeda, Yoshiaki Fujiwara, Nobuhiko Takada, Kazuo Yamazaki e Osamu Kido)
Le regole per decretare un'eliminazione sono tutte da scoprire...vedere per credere!

1 Maggio 1986, Kokugikan di Tokyo
Forche caudine, 5 contro 5 a sorteggio: Team New Japan (Tatsumi Fujinami, Kengo Kimura, Shiro Koshinaka, Seiji Sakaguchi e Keiichi Yamada - il futuro Jushin Thunder Liger) vs Team UWF (Akira Maeda, Yoshiaki Fujiwara, Nobuhiko Takada, Kazuo Yamazaki e Osamu Kido)

La partecipazione del pubblico è pari solo a quella di ognuno dei wrestler che hanno partecipato a queste storiche battaglie. Li vediamo a bordo ring, uno accanto all'altro, a sostenere i propri compagni, ora preoccupati, ora entusiasti. Se non ci fosse stata, da parte di questi gladiatori, tale grado di coinvolgimento, il pubblico non sarebbe stato così emotivamente coinvolto. 

Anche questa, una importante lezione, per chi in Italia si ritrova dietro il sipario, e spesso anche a bordo o centro ring. Guardare alle "stelle", come abbiamo fatto noi all'inizio di questo Capitolo, e non alle "stelle e strisce".

Alla prossima!

Memphis in salsa newyorkese: nasce Monday Night Raw

Lunedì 11 Gennaio 1993 è entrato nella storia degli appassionati di Wrestling come la data di messa in onda dell'inaugurale "Monday Night Raw", ancora oggi in voga (fresca di debutto su Netflix per molte aree del globo - Italia esclusa) e sulla quale definizione di "più longevo programma di intrattenimento" non riesco a non storcere il naso, più che altro per motivi di affezione verso un Wrestling decisamente diverso.

Una delle ultime trasmissioni di Prime Time Wrestling
Detto questo, è innegabile che il cambio di passo che la allora WWF impresse con Raw fu tangibile sin da subito, per qualsiasi aficionado che fino alla settimana precedente, allo stesso orario, era abituato ad assistere a Prime Time Wrestling, l'improbabile "panel" con Vince McMahon a capo tavola coadiuvato dall'ala babyface di Jim Duggan o Sgt.Slaughter e Hillbilly Jim a cui era contrapposto il duo heel di Bobby Heenan e Jerry Lawler.

Fermiamoci un attimo su quest'ultimo protagonista: il suo arrivo in WWF, all'indomani del ritorno sul quadrato di Mr.Perfect per le Survivor Series 1992, faceva parte dell'accordo che Vince McMahon siglò con Jerry Jarrett per permettere al promoter del Tennessee di assistere in principio ed eventualmente dirigere poi l'intera produzione televisiva della WWF, nel caso in cui McMahon fosse finito in carcere per via del cosiddetto "scandalo-steroidi" di quel periodo.

Dove si colloca "Raw" in questo contesto? Con alle spalle tre anni di crisi dal punto di vista del numero di spettatori e di vendite degli spettacoli in pay-per-view, McMahon era alla disperata ricerca non tanto di nuovi wrestler con i quali rimpolpare la scuderia (Hulk Hogan era fuori dai giochi da qualche mese, Ric Flair non aveva rispettato le attese ed il secondo regno da campione di Randy Savage non riuscì a risollevare una situazione già compromessa), ma di una piattaforma dove lanciare un nuovo prodotto, più veloce, più imprevedibile, dove tutto poteva accadere...Insomma, decise di portare Memphis (un territorio settimanale) sù sù sino a New York, e chi meglio di Jarrett poteva stargli di fianco in questo trasloco creativo?

Già dalla sigla si capisce che siamo di fronte a un programma del tutto diverso, un tripudio di elettronica e chitarra elettrica (ok, in fondo c'è sempre la marchetta-sassofono dalla quale Vince McMahon evidentemente faceva ancora fatica a separarsi...) che fanno da introduzione a una vista aerea della bomboniera Hammerstein Ballroom, con l'addetto di palco a sinistra che si sbraccia come un forsennato per aizzare 2000 presenti che, in realtà, erano già belli gasati di loro. Sirene della polizia e volume del pubblico pompato al massimo: è New York, bellezza.
Non credo che ci fosse tra di loro qualcuno consapevole di essere entrato a far parte di una storia  con decenni davanti a sé, ma certo, dopo anni nelle secche e non ultimo il rifiuto dei maggiori network di trasmettere altri speciali Saturday Night's Main Event, sembrava che il vento iniziasse a tirare in una nuova direzione.

A bordo ring, Vince McMahon è affiancato da Randy Savage, relegato nuovamente al microfono suo malgrado, e Bobby Heen...No, Rob Bartlett, un comico che aveva mosso i suoi primi passi insieme a Eddie Murphy prima di farsi un nome sugli stage e nelle radio del Nord Est. Bartlett sta al wrestling come il sottoscritto sta all'astrofisica, per farvi capire. La prima frase di questo umanoide: «non vedo l'ora di assistere al match tra Koko B. Ware e YokoZZUMa, l'uomo che sale sul ring con il pannolone gigante». Va bene Bob, toh, prendi un altro chewing gum. Strafalcioni a parte, l'intento era chiaro: se si voleva proporre un prodotto edgy, bisognava separarsi dalle vocione impostate ala Ron Trongard per passare al linguaggio della strada, e vedere l'azione sul ring sotto nuovi occhi (o occhiali da sole, nello specifico). Savage ci riporta nel mondo dei tre giri di corda, ricordandoci che il match di cartello della serata avrebbe visto di fronte Damien Demento e The Undertaker.

Koko B. Ware vs. Yokozuna

Prima lezione di booking. Tra 13 giorni c'è la Royal Rumble, che per la prima volta assegnerà al vincente della "rissa reale" il diritto di sfidare il Campione del Mondo WWF nel main event di WrestleMania IX. Quale migliore occasione, uno show tutto nuovo, super sonico, per mostrare al pubblico in tutta la sua ferocia colui che quella rissa la andrà a vincere? Prendete appunti, baldi aspiranti creativi davanti allo schermo. McMahon è come se presentasse i suoi wrestler ad un pubblico del tutto nuovo, perchè li re-introduce nelle loro caratteristiche dominanti: Yoko non solo non è mai stato sconfitto, ma nemmeno buttato al tappeto (figurarsi buttarlo oltre la terza corda in una battaglia reale...). Cerimonia dei sali. Dopo 4 minuti e mezzo scarsi dall'inizio della trasmissione, parte la prima botta di "culo" da parte di Bartlett nel descrivere il futuro Campione WWF, dalla quale il nostro trio si giustifica ricordando che il programma è crudo, senza tagli, senza censure.
Senza ritegno, aggiungerei io, ma questo è un appuntamento con la storia, e l'Accademia della Crusca non ha comprato i biglietti. Il match? Senso unico: legdrop, valanga, banzai drop. Indovinate cosa va in onda subito dopo? Ovviamente uno spot per la Royal Rumble!

Dopo aver visto una nuova incarnazione delle Federettes (quelle "signorine" che nel 1986 facevano spola tra bordo ring e backstage per portare via giacchette e accessori ai wrestler impegnati sul quadrato) fare la sua parata come tra un round e l'altro degli incontri di pugilato (questo show è crudo ragazzi, non prendetevela con me, che di questa roba ne farei a meno), dal backstage Bobby Heenan ricorda al suo ex-assistito Mr.Perfect che la Royal Rumble vedrà il debutto del Narciso Lex Luger, l'unico essere umano superiore alla perfezione. La storia gli darà torto.

Steiner Brothers vs. The Executioners

Barry Hardy e Dwayne Gill, o dovremmo dire "Pain" e "Agony" (sì, ora sapete da dove ho preso ispirazione in 2PW nel 2007...) hanno l'infame compito di finire macellati - e maciullati - dal team sul quale McMahon ha deciso di puntare per l'anno appena iniziato. Ovviamente, anche Rick e Scott Steiner saranno presenti alla Royal Rumble, dove faranno briciole dei Beverly Brothers. Capite quindi come questo show, nei suoi primi tre segmenti tra dentro e fuori ring, sta diventando - giustamente - una mega cassa di risonanza per l'imminente pay per view. Pronti via, whip e thilt-a-whirl side suplex. Cambio a Rick, whip e il povero Dwayne si strozza da solo sulle corde. Riproviamo. Whip e Steinerline.  Powerslam al contrario sull'angolo. Leapfrog bloccato con un altra powerslam. Chiamate Amnesty International. L'arbitro scambia un release belly-to-belly di Scott per una bearhug, e si sposta all'ultimo secondo prima di essere la pista di atterraggio del povero Hardy. Double underhook Powerbomb. Rick vola in bulldog dalla terza, con Dwayne seduto sulle spalle di Scott. Fine del massacro. Perfetta mostra del campionario di questi due protagonisti arrivati dalla WCW solo un paio di mesi prima.

Dopo uno dei vari siparietti con Bobby Heenan che, ritrovatosi "disoccupato" in seguito alla chiusura di Prime Time Wrestling, tenta di entrare al Manhattan Center sotto mentite spoglie, torniamo sul ring e ovviamente si continua a...parlare di Royal Rumble, con il primo sfidante al Titolo Mondiale, Razor Ramon, intervistato da Vince McMahon. Breve, ma perfetta presentazione di questo wrestler che in meno di sei mesi ha scalato la vetta della WWF. 

Match valevole per il Titolo Intercontinentale: Shawn Michaels vs. Max Moon

Questi due si sono dati battaglia per anni, prima in AWA, quando l'Uomo Spaziale gareggiava senza maschera con il nome di Paul Diamond, e poi in WWF, con i Rockers di Michaels & Jannetty di fronte all'Orient Express di Tanaka e del questa volta mascherato Kato. La "chicca" subdola è che subito prima di questo match vediamo un promo di Tatanka, che di lì a poche settimane inizierà a misurarsi con Shawn Michaels sino a WrestleMania IX...Brava WWF! L'incontro è solido, Moon si è guadagnato questa opportunità uscendo imbattuto da tutti i suoi precedenti impegni sul ring, e possiamo considerare questa contesa come il suo canto del cigno. Shawn Michaels resiste anche al brevettato rolling drop dello sfidante, per poi infliggergli una sconfitta pulita, senza se e senza ma. Ecco che l'Uomo venuto da un altro pianeta si tramuta nell'ennesima..."stella cadente".
Per Michaels, una vittoria che gli dà slancio in vista del suo impegno più improbo, alla Royal Rumble, sotto forma della sfida lanciatagli dal suo ex partner Marty Jannetty.

Come potevamo rinunciare questa sera all'immancabile "Report", dove Mean Gene ci ricorda tutti i match in programma per l'imminente Royal Rumble? Interviste a Shawn Michaels, Marty Jannetty, Mr. Perfect (questa opportunità serve a bilanciare il promo di Bobby Heenan sul Narciso, ovviamente), e poi ancora Yokozuna (repetita iuvant), Jim Duggan (che ammette: "Non sono sicuro di vincere, ma darò il 110%"...Come direbbe Morandi, Uno su TRENTA ce la fa).

Damien Demento vs. The Undertaker

Parentesi: ne veniamo dal primo Coffin/Casket Match trasmesso in pay per view dalla WWF, solo un mese e mezzo prima. Vince McMahon ci fa vedere le immagini della settimana precedente, quando Kamala, dopo essere uscito dalla bara preparatagli dal protagonista di questo fine serata, Undertaker, è anche uscito dal suo "guscio", ribellandosi alle angherie di Harvey Wippleman e Kimchee per accogliere l'aiuto di Reverend Slick (che fino al 1991 aveva un personaggio che non  proprio velatamente ricordava quello di un...protettore). Quindi anche qui, un bell'esempio di "taglia e cuci" da una storia appena conclusa a un'altra da scrivere, con il fil rouge rappresentato dal wrestler programmato per chiudere lo show odierno.
È chiaro l'intento di presentare per la prima volta The Undertaker come reale papabile per la vittoria nella Rumble, ora che non sembrano palesarsi credibili avversari a sbarrargli la strada: ancora più valore ha quindi, in questo senso, la strategia di Pat Patterson e Jerry Jarrett che, la nemesi successiva del Becchino, hanno deciso di presentarla a sorpresa DURANTE la Royal Rumble, con il debutto di Giant Gonzales e l'eliminazione di 'Taker dall'agone. 

Qui a Raw, la teoria di Rob Bartlett è che Damian Demento «si sia tagliato i capelli mentre andava via la luce»: facile pensare che in quel momento, la luce, si sia spenta dagli occhi di un ammutolito Randy Savage. Sul quadrato, i gong di inizio e fine match sono distanti poco più di una manciata di minuti, minimo necessario ad Undertaker per regolare la pratica-Demento...Un match che ha avuto anche lo scopo di dare a McMahon l'opportunità di annunciare i piatti forti della prossima settimana: Mr. Perfect contro Papa Shango, Ric Flair contro El Matador (questi due match sfocieranno nel loser leaves WWF della settimana successiva...anche questa modalità, una pagina dal libro di Memphis) e ovviamente l'intervista-contraltare al Campione del Mondo Bret "Hitman" Hart, con la Royal Rumble sempre più vicina.

Eccoci dunque giunti al termine di questa cavalcata nei ricordi. Un momento storico nel wrestling televisivo ma soprattutto, cosa che ritengo decisamente più interessante, il cambio di stile nel racconto, nel ritmo e nella produzione di un prodotto: presentarsi come "nuovo", attingendo ad approcci di booking degli anni Sessanta-Settanta-Ottanta, quando territori settimanali come il Tennessee o la Florida attraevano numeri giganteschi di spettatori ogni sette giorni negli stessi luoghi.

Nota curiosa a margine: tempo addietro condivisi, a una persona che in quel momento aveva responsabilità creative, una puntata della Mid South dei primi anni 80, come esempio di ritmo alto, legame tra una puntata e la successiva, la promozione all'interno dei singoli match. Forse, con il senno del poi, avrei dovuto girare il link di una di queste puntate (diciamo che la prima era di Raw/Memphis si concluse all'inizio del 1994), anche solo per il fatto che la sigla WWE, in quanto tale, suscita ad alcuni una più alta credibilità (del tutto superficiale in questo caso).

Dopo tanti discorsi, ora è il momento di goderci lo show:

Ci (ri)vediamo presto.