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Memphis in salsa newyorkese: nasce Monday Night Raw

Lunedì 11 Gennaio 1993 è entrato nella storia degli appassionati di Wrestling come la data di messa in onda dell'inaugurale "Monday Night Raw", ancora oggi in voga (fresca di debutto su Netflix per molte aree del globo - Italia esclusa) e sulla quale definizione di "più longevo programma di intrattenimento" non riesco a non storcere il naso, più che altro per motivi di affezione verso un Wrestling decisamente diverso.

Una delle ultime trasmissioni di Prime Time Wrestling
Detto questo, è innegabile che il cambio di passo che la allora WWF impresse con Raw fu tangibile sin da subito, per qualsiasi aficionado che fino alla settimana precedente, allo stesso orario, era abituato ad assistere a Prime Time Wrestling, l'improbabile "panel" con Vince McMahon a capo tavola coadiuvato dall'ala babyface di Jim Duggan o Sgt.Slaughter e Hillbilly Jim a cui era contrapposto il duo heel di Bobby Heenan e Jerry Lawler.

Fermiamoci un attimo su quest'ultimo protagonista: il suo arrivo in WWF, all'indomani del ritorno sul quadrato di Mr.Perfect per le Survivor Series 1992, faceva parte dell'accordo che Vince McMahon siglò con Jerry Jarrett per permettere al promoter del Tennessee di assistere in principio ed eventualmente dirigere poi l'intera produzione televisiva della WWF, nel caso in cui McMahon fosse finito in carcere per via del cosiddetto "scandalo-steroidi" di quel periodo.

Dove si colloca "Raw" in questo contesto? Con alle spalle tre anni di crisi dal punto di vista del numero di spettatori e di vendite degli spettacoli in pay-per-view, McMahon era alla disperata ricerca non tanto di nuovi wrestler con i quali rimpolpare la scuderia (Hulk Hogan era fuori dai giochi da qualche mese, Ric Flair non aveva rispettato le attese ed il secondo regno da campione di Randy Savage non riuscì a risollevare una situazione già compromessa), ma di una piattaforma dove lanciare un nuovo prodotto, più veloce, più imprevedibile, dove tutto poteva accadere...Insomma, decise di portare Memphis (un territorio settimanale) sù sù sino a New York, e chi meglio di Jarrett poteva stargli di fianco in questo trasloco creativo?

Già dalla sigla si capisce che siamo di fronte a un programma del tutto diverso, un tripudio di elettronica e chitarra elettrica (ok, in fondo c'è sempre la marchetta-sassofono dalla quale Vince McMahon evidentemente faceva ancora fatica a separarsi...) che fanno da introduzione a una vista aerea della bomboniera Hammerstein Ballroom, con l'addetto di palco a sinistra che si sbraccia come un forsennato per aizzare 2000 presenti che, in realtà, erano già belli gasati di loro. Sirene della polizia e volume del pubblico pompato al massimo: è New York, bellezza.
Non credo che ci fosse tra di loro qualcuno consapevole di essere entrato a far parte di una storia  con decenni davanti a sé, ma certo, dopo anni nelle secche e non ultimo il rifiuto dei maggiori network di trasmettere altri speciali Saturday Night's Main Event, sembrava che il vento iniziasse a tirare in una nuova direzione.

A bordo ring, Vince McMahon è affiancato da Randy Savage, relegato nuovamente al microfono suo malgrado, e Bobby Heen...No, Rob Bartlett, un comico che aveva mosso i suoi primi passi insieme a Eddie Murphy prima di farsi un nome sugli stage e nelle radio del Nord Est. Bartlett sta al wrestling come il sottoscritto sta all'astrofisica, per farvi capire. La prima frase di questo umanoide: «non vedo l'ora di assistere al match tra Koko B. Ware e YokoZZUMa, l'uomo che sale sul ring con il pannolone gigante». Va bene Bob, toh, prendi un altro chewing gum. Strafalcioni a parte, l'intento era chiaro: se si voleva proporre un prodotto edgy, bisognava separarsi dalle vocione impostate ala Ron Trongard per passare al linguaggio della strada, e vedere l'azione sul ring sotto nuovi occhi (o occhiali da sole, nello specifico). Savage ci riporta nel mondo dei tre giri di corda, ricordandoci che il match di cartello della serata avrebbe visto di fronte Damien Demento e The Undertaker.

Koko B. Ware vs. Yokozuna

Prima lezione di booking. Tra 13 giorni c'è la Royal Rumble, che per la prima volta assegnerà al vincente della "rissa reale" il diritto di sfidare il Campione del Mondo WWF nel main event di WrestleMania IX. Quale migliore occasione, uno show tutto nuovo, super sonico, per mostrare al pubblico in tutta la sua ferocia colui che quella rissa la andrà a vincere? Prendete appunti, baldi aspiranti creativi davanti allo schermo. McMahon è come se presentasse i suoi wrestler ad un pubblico del tutto nuovo, perchè li re-introduce nelle loro caratteristiche dominanti: Yoko non solo non è mai stato sconfitto, ma nemmeno buttato al tappeto (figurarsi buttarlo oltre la terza corda in una battaglia reale...). Cerimonia dei sali. Dopo 4 minuti e mezzo scarsi dall'inizio della trasmissione, parte la prima botta di "culo" da parte di Bartlett nel descrivere il futuro Campione WWF, dalla quale il nostro trio si giustifica ricordando che il programma è crudo, senza tagli, senza censure.
Senza ritegno, aggiungerei io, ma questo è un appuntamento con la storia, e l'Accademia della Crusca non ha comprato i biglietti. Il match? Senso unico: legdrop, valanga, banzai drop. Indovinate cosa va in onda subito dopo? Ovviamente uno spot per la Royal Rumble!

Dopo aver visto una nuova incarnazione delle Federettes (quelle "signorine" che nel 1986 facevano spola tra bordo ring e backstage per portare via giacchette e accessori ai wrestler impegnati sul quadrato) fare la sua parata come tra un round e l'altro degli incontri di pugilato (questo show è crudo ragazzi, non prendetevela con me, che di questa roba ne farei a meno), dal backstage Bobby Heenan ricorda al suo ex-assistito Mr.Perfect che la Royal Rumble vedrà il debutto del Narciso Lex Luger, l'unico essere umano superiore alla perfezione. La storia gli darà torto.

Steiner Brothers vs. The Executioners

Barry Hardy e Dwayne Gill, o dovremmo dire "Pain" e "Agony" (sì, ora sapete da dove ho preso ispirazione in 2PW nel 2007...) hanno l'infame compito di finire macellati - e maciullati - dal team sul quale McMahon ha deciso di puntare per l'anno appena iniziato. Ovviamente, anche Rick e Scott Steiner saranno presenti alla Royal Rumble, dove faranno briciole dei Beverly Brothers. Capite quindi come questo show, nei suoi primi tre segmenti tra dentro e fuori ring, sta diventando - giustamente - una mega cassa di risonanza per l'imminente pay per view. Pronti via, whip e thilt-a-whirl side suplex. Cambio a Rick, whip e il povero Dwayne si strozza da solo sulle corde. Riproviamo. Whip e Steinerline.  Powerslam al contrario sull'angolo. Leapfrog bloccato con un altra powerslam. Chiamate Amnesty International. L'arbitro scambia un release belly-to-belly di Scott per una bearhug, e si sposta all'ultimo secondo prima di essere la pista di atterraggio del povero Hardy. Double underhook Powerbomb. Rick vola in bulldog dalla terza, con Dwayne seduto sulle spalle di Scott. Fine del massacro. Perfetta mostra del campionario di questi due protagonisti arrivati dalla WCW solo un paio di mesi prima.

Dopo uno dei vari siparietti con Bobby Heenan che, ritrovatosi "disoccupato" in seguito alla chiusura di Prime Time Wrestling, tenta di entrare al Manhattan Center sotto mentite spoglie, torniamo sul ring e ovviamente si continua a...parlare di Royal Rumble, con il primo sfidante al Titolo Mondiale, Razor Ramon, intervistato da Vince McMahon. Breve, ma perfetta presentazione di questo wrestler che in meno di sei mesi ha scalato la vetta della WWF. 

Match valevole per il Titolo Intercontinentale: Shawn Michaels vs. Max Moon

Questi due si sono dati battaglia per anni, prima in AWA, quando l'Uomo Spaziale gareggiava senza maschera con il nome di Paul Diamond, e poi in WWF, con i Rockers di Michaels & Jannetty di fronte all'Orient Express di Tanaka e del questa volta mascherato Kato. La "chicca" subdola è che subito prima di questo match vediamo un promo di Tatanka, che di lì a poche settimane inizierà a misurarsi con Shawn Michaels sino a WrestleMania IX...Brava WWF! L'incontro è solido, Moon si è guadagnato questa opportunità uscendo imbattuto da tutti i suoi precedenti impegni sul ring, e possiamo considerare questa contesa come il suo canto del cigno. Shawn Michaels resiste anche al brevettato rolling drop dello sfidante, per poi infliggergli una sconfitta pulita, senza se e senza ma. Ecco che l'Uomo venuto da un altro pianeta si tramuta nell'ennesima..."stella cadente".
Per Michaels, una vittoria che gli dà slancio in vista del suo impegno più improbo, alla Royal Rumble, sotto forma della sfida lanciatagli dal suo ex partner Marty Jannetty.

Come potevamo rinunciare questa sera all'immancabile "Report", dove Mean Gene ci ricorda tutti i match in programma per l'imminente Royal Rumble? Interviste a Shawn Michaels, Marty Jannetty, Mr. Perfect (questa opportunità serve a bilanciare il promo di Bobby Heenan sul Narciso, ovviamente), e poi ancora Yokozuna (repetita iuvant), Jim Duggan (che ammette: "Non sono sicuro di vincere, ma darò il 110%"...Come direbbe Morandi, Uno su TRENTA ce la fa).

Damien Demento vs. The Undertaker

Parentesi: ne veniamo dal primo Coffin/Casket Match trasmesso in pay per view dalla WWF, solo un mese e mezzo prima. Vince McMahon ci fa vedere le immagini della settimana precedente, quando Kamala, dopo essere uscito dalla bara preparatagli dal protagonista di questo fine serata, Undertaker, è anche uscito dal suo "guscio", ribellandosi alle angherie di Harvey Wippleman e Kimchee per accogliere l'aiuto di Reverend Slick (che fino al 1991 aveva un personaggio che non  proprio velatamente ricordava quello di un...protettore). Quindi anche qui, un bell'esempio di "taglia e cuci" da una storia appena conclusa a un'altra da scrivere, con il fil rouge rappresentato dal wrestler programmato per chiudere lo show odierno.
È chiaro l'intento di presentare per la prima volta The Undertaker come reale papabile per la vittoria nella Rumble, ora che non sembrano palesarsi credibili avversari a sbarrargli la strada: ancora più valore ha quindi, in questo senso, la strategia di Pat Patterson e Jerry Jarrett che, la nemesi successiva del Becchino, hanno deciso di presentarla a sorpresa DURANTE la Royal Rumble, con il debutto di Giant Gonzales e l'eliminazione di 'Taker dall'agone. 

Qui a Raw, la teoria di Rob Bartlett è che Damian Demento «si sia tagliato i capelli mentre andava via la luce»: facile pensare che in quel momento, la luce, si sia spenta dagli occhi di un ammutolito Randy Savage. Sul quadrato, i gong di inizio e fine match sono distanti poco più di una manciata di minuti, minimo necessario ad Undertaker per regolare la pratica-Demento...Un match che ha avuto anche lo scopo di dare a McMahon l'opportunità di annunciare i piatti forti della prossima settimana: Mr. Perfect contro Papa Shango, Ric Flair contro El Matador (questi due match sfocieranno nel loser leaves WWF della settimana successiva...anche questa modalità, una pagina dal libro di Memphis) e ovviamente l'intervista-contraltare al Campione del Mondo Bret "Hitman" Hart, con la Royal Rumble sempre più vicina.

Eccoci dunque giunti al termine di questa cavalcata nei ricordi. Un momento storico nel wrestling televisivo ma soprattutto, cosa che ritengo decisamente più interessante, il cambio di stile nel racconto, nel ritmo e nella produzione di un prodotto: presentarsi come "nuovo", attingendo ad approcci di booking degli anni Sessanta-Settanta-Ottanta, quando territori settimanali come il Tennessee o la Florida attraevano numeri giganteschi di spettatori ogni sette giorni negli stessi luoghi.

Nota curiosa a margine: tempo addietro condivisi, a una persona che in quel momento aveva responsabilità creative, una puntata della Mid South dei primi anni 80, come esempio di ritmo alto, legame tra una puntata e la successiva, la promozione all'interno dei singoli match. Forse, con il senno del poi, avrei dovuto girare il link di una di queste puntate (diciamo che la prima era di Raw/Memphis si concluse all'inizio del 1994), anche solo per il fatto che la sigla WWE, in quanto tale, suscita ad alcuni una più alta credibilità (del tutto superficiale in questo caso).

Dopo tanti discorsi, ora è il momento di goderci lo show:

Ci (ri)vediamo presto.





Almanacco del Wrestling - ANTONIO INOKI


Il 6 dicembre 1979, Antonio Inoki si trova di fronte a un bivio. Accettare una vittoria discussa o lasciare parlare il proprio orgoglio? È il nuovo capitolo dell'Almanacco del Wrestling. 

Oggi voliamo in Giappone, anche se, in verità, la Leggenda di cui vado a raccontarvi oggi è difficilmente ascrivibile ad un solo Stato, ad una sola nazione. Antonio Inoki è un grande personaggio a tutto tondo, non solo nel mondo del wrestling, anche se oggi chiaramente parleremo di quello. 
Per parlare di Antonio Inoki andiamo a introdurre la motivazione che sta dietro la Storia di cui ne è effettivamente il protagonista. Parliamo non tanto di vincere o perdere, ma di orgoglio. Spiegare con le proprie azioni al pubblico, agli appassionati, cosa vuol dire avere una spinta più grande della voglia stessa di prevalere, della voglia stessa di aggiungere un trofeo, per quanto prestigioso, al proprio palmares.

Inoki compie i suoi primi passi nel mondo del wrestling sotto l'ala protettiva del mostro sacro per eccellenza del puroresu, Rikidozan, che ha due allievi prediletti, Inoki appunto e Shoei "Giant" Baba. ..Anche se, bisogna dire, agli occhi non solo del Maestro, ma anche di chi era vicino a lui, Baba veniva visto come il "prescelto" a raccogliere le redini del movimento giapponese. Inoki e Baba nel 1973 andranno poi a creare ognuno la propria realtà, quando l'esperienza della JWA si esaurirà: la All Japan per mano di Baba e la New Japan, appunto, con la firma di Antonio Inoki. 
Hisashi Shinma, Presidente della WWF
Rispetto a Baba, Inoki non riesce a trovare almeno in questa iniziale parte del suo cammino, una via per la consacrazione a livello mondiale. Perché Baba riesce infatti a catturare anche il titolo mondiale della NWA, cosa non possibile per Antonio Inoki, non affiliato all'Alleanza. Antonio comunque va negli Stati Uniti per tentare fortuna e raccogliere esperienze. Per questo approda alla NWF, che è una realtà del nord-est degli Stati Uniti, attiva nell'area tra gli Stati di New York e dell'Ohio, ne rileva alcune quote azionarie, per poi diventarne effettivamente il Campione.
Quando il detentore della Corona NWF, Johnny Powers, intraprende una tournée in Giappone, lo fa sotto l'egida della New Japan, e Antonio Inoki, che lo sfida con successo, viene riconosciuto dalla NJPW come Campione Mondiale. È il suo primo assaggio di un campionato che, per blasone, porta il suo nome oltre i confini della terra del Sol Levante. Questo, però, a lui non basta, perché comunque il peso della competizione con Baba è forte e dopo l'esperienza con il titolo della NWF - un titolo che comunque resterà attivo sino agli albori dell'International Wrestling Grand Prix - decide di volgere il suo sguardo verso il titolo della World Wrestling Federation. 
La congiuntura "geopolitica", alla fine degli anni Settanta, è particolare favorevole, perché il presidente della WWF era un giapponese, Hisashi Shinma. Ed è proprio grazie a Shinma, deus ex machina della collaborazione tra WWF e New Japan, che arriva questa nuova grande opportunità. 

Antonio Inoki sfida più volte il campione dell'epoca, Bob Backlund, e alla fine riesce a portargli via il titolo. Questo è un cambio di mano del Titolo che ancora oggi, a livello ufficiale, non viene riconosciuto come tale, perché nel giro di una settimana la cintura passa dalle mani di Backlund a Inoki, per poi tornare intorno alla vita dello statunitense.

Fatto questo doveroso preambolo, entriamo del dettaglio della storia di questo Capitolo.

Antonio Inoki sconfigge Backlund per il titolo, ma l'ora ex-campione è ancora lì, in terra nipponica, per proseguire nella sua tournée. Ottiene per la settimana successiva, il 6 dicembre del 1979, un rematch con il titolo ancora in palio. È un incontro di stili molto simile per certi versi, visto che sia Inoki che Backlund hanno in comune un percorso di formazione con il leggendario Karl Gotch...E questo si vede benissimo, così come il pubblico sa riconoscere in Inoki un wrestler non al 100% espressione di uno stile al 100% giapponese: c'è molto del sizzle statunitense in Antonio Inoki, nel modo in cui combatte, in cui lui riesce a gestire il match.
Va detto, nel rematch è Antonio Inoki, nonostante sia lui il campione e Backlund lo sfidante, a mantenere le redini per quasi tutta la totalità della contesa. 

Il "quasi" però qui fa la differenza. Cosa succede alla fine del match? Nelle fasi più concitate, quando entrambi i wrestler sono letteralmente stremati, ecco che dal passato torna un acerrimo nemico di Antonio Inoki, Tiger Jeet Singh, che fino a poche settimane prima ha conteso la corona dell'NWF all'eroe giapponese.
Inoki è uscito vincitore da una lunga serie di battaglie contro questo grandissimo wrestler indiano, però insomma, a Singh la recente sconfitta non va giù e quindi, proprio quando sembrava che Inoki fosse sul punto di sconfiggere Backlund, il suo intervento porta alla vittoria dell'ex iridato. 

Il fatidico conto di tre rimette di fatto a posto il cosiddetto lineage , l'albo d'oro ufficiale del Titolo Mondiale WWF. A dirla tutta, il condizionale sarebbe d'obbligo, visto che l'intervento di Tiger Jeet Singh spinge il Presidente WWF a salire sul quadrato.
Shinma prende la cintura dalle mani di Bob Backlund (che, claudicante, non aveva visto l'interferenza di Singh) per riconsegnarla a Inoki, tra le urla del pubblico.

Questo è il momento cardine della nostra Storia. 

Antonio Inoki potrebbe serenamente portarsi la cintura negli spogliatoi perché, di fatto, l'ingerenza di Tiger Jeet Singh varrebbe una squalifica, visto che non solo distrae, ma scaglia un colpo ai danni di Inoki. Beh, il Campione de facto non la pensa così: del resto, le sue spalle sono state al tappeto per il conteggio di tre dell'arbitro, un arbitro che non aveva visto l'intervento dell'indiano pochi istanti prima. Quindi, per lui, tornare a casa ancora come Campione, in quella maniera rocambolesca seppur legittima, non è ciò che si era prefissato. 

Voleva dimostrare di essere in grado di prevalere ancora, per il suo pubblico ma soprattutto per sé stesso. Decide così di rinunciare al titolo e chiede al microfono a Backlund l'opportunità di un altro match per mettere fine alla questione. 


La storia però aveva altri percorsi in serbo per questi due gladiatori. 

Bob Backlund prese la cintura per riportarla negli Stati Uniti. Di lì a poco, il 19 Dicembre 1979, un match tra lui e Bobby Duncum al Madison Square Garden (Duncum era, negli States, considerato il primo sfidante al titolo WWF) assegna ufficialmente la corona e decreta la fine della diatriba, almeno per quanto riguarda Vince McMahon Senior e i suoi promoter. 

Lou Thesz arbitro speciale nell'ultimo match tra Backlund e Inoki

Inoki ebbe effettivamente altre chance per riagguantare la cintura viola: in Florida nell'aprile del 1980, a Tokyo durante le Bloody Fight Series estive, e persino l'anno seguente a Naucalpan, in Messico, con Lou Thesz convocato dalla UWA per arbitrare questa magnifica contesa. Non riuscì più nell'impresa.

Detto questo, è innegabile che Antonio Inoki, sia stato a tutti gli effetti Campione della WWF, e quella cintura nel Dicembre 1979 non la perse agli occhi del pubblico, agli occhi del Presidente Shinma, ma  comunque, il suo orgoglio lo portò a decisioni diverse. Ed è questa una motivazione che mi ha spinto oggi a raccontarvi questa sua storia, lasciandovi qui sotto spazio per i commenti, spazio per tutti i vostri punti di vista. 

Vi lascio inoltre altri link per rivivere match che ho pensato potessero fare da corollario a questa bellissima Storia, una storia dove l'orgoglio vince, rispetto alla voglia di Vittoria.

A presto, con un nuovo capitolo dell'Almanacco del Wrestling.