25/2/1995: il primo episodio di AWF Warriors of Wrestling

Ammetto di avere questo post "in canna" da diverso tempo, ma sapendo già che si sarebbe rivelato una sorta di fiera delle digressioni, ecco che la mia vena procrastinatrice ha sempre avuto la meglio.

Sino ad oggi.

Tempo fa ricomparse sul mio feed di YouTube la prima puntata di "Warriors of Wrestling", programma tv creato dalla American Wrestling Federation di Paul Alperstein. Non ho potuto scorrere oltre. Ricordavo delle sue star, per la maggiorparte fuoriusciti/tagliati dalla WWF come Tito Santana, Sgt. Slaughter, Koko B.Ware, Hercules, Mr.Hughes, ma soprattutto ricordavo la caratteristica principale che rendeva la AWF diversa da tutte le altre promotion dell'epoca: i match erano strutturati in round. Tre round da 4 minuti ciascuno, per la precisione.

Lord-Ammiraglio MountevansNell'epoca di Internet propinata sin dalle scuole elementari, più o meno tutti gli appassionati-interessati sanno che è il Regno Unito la patria dei match a round, in genere secondo il sistema introdotto dal Lord Ammiraglio Mountevans che prevedeva - tra le altre cose - 6 round ciascuno lungo 3 minuti, decretando vincitore chi fosse riuscito ad aggiudicarsi per primo 2 "fall, per via di schienamento, sottomissione, abbandono, knock-out, squalifica dell'avversario.

Finita la lezione di (prei)storia, torniamo a noi, e al fatto che la AWF decise di attingere dai cugini Oltremanica non tanto per spirito anglofilo, ma per discostarsi dalla selva di realtà indipendenti che fioccavano negli States a metà degli anni Novanta, alcune delle quali con il conforto della tv locale a trasmetterne le gesta settimanali. Avendo a disposizione wrestler di chiara fama (anche se in molti casi - vedi Michael Hayes - già residenti in pianta stabile in Viale del Tramonto), il pensiero fu quello di collocarli all'interno di un contesto diverso, dove al centro ci fosse un sistema di regole stringenti (il promoter Alperstein che elevava sanzioni a destra e a manca durante le interviste tra un match e l'altro) e appunto una struttura a round, con un solo "fall" però a decretare l'esito dei match.

E qui finisce la disamina della AWF e del suo lascito.

Eh sì, perchè quello che ho visto in realtà ha fatto riaffiorare in me i desideri (rimpianti?) mal sopiti di un Italia in grado di produrre un prodotto proprio, un prodotto alternativo ed è questo che alla fine mi ha mosso, che alla fine mi porta qua,  perché al di là del fatto che io a fine 2023, novembre 2023 per l'esattezza , ho terminato la mia collaborazione con la SIW per motivi miei personali (assolutamente non stiamo neanche a montarci dietro chissà quale teoria cospirazionistica, chi deve sapere sa), comunque, chiusa quella parentesi, ho sempre pensato al fatto che quello che io chiamo "Wrestling con la W maiuscola" sia in realtà un desiderio.

Il mio desiderio è quello che in Italia ci sia un prodotto per gli italiani, tagliato sugli italiani. Questo non vuol dire rinnegare la WWE o la AEW o chissà quale altra major indipendente che ci possa essere: no, io credo che la passione sia passione e ognuno abbia il diritto di seguirla alle propria maniera, possibilmente però senza fare delle commistioni: il melting pot non sempre dà buoni risultati.

Soprattutto in Italia, continuo a dirlo e lo ripeto qui, un terreno vergine. Perchè? Come Il Drago insegna ai suoi seguaci sui social, il wrestling in Italia ha avuto una sua storia, mi piace anzi chiamarlo catch oppure lotta libera professionistica. Questa storia a quanto pare è terminata nei primissimi anni 90, poi è arrivata l'ICW, o meglio, prima di essa la IWS, e di queste realtà si sa quasi tutto ormai. 

Sta di fatto che alla fine, per chi segue il wrestling in Italia il metro di confronto - o l'ispirazione del confronto - sono sempre gli Stati Uniti e questo secondo me, permettetemi, è un errore.

Noi siamo italiani, e non bisogna avere camice nere o avere fiamme nell'occhiello per dire una roba del genere, anzi, io culturalmente sono proprio agli antipodi rispetto a queste..."ideologie", ma il concetto è che per godersi un prodotto proprio, per ispirare il proprio pubblico locale, nello specifico muovere il pubblico italiano, bisogna creare messaggi per il pubblico italiano, un prodotto che abbia delle caratteristiche particolari.

Non c'è bisogno di rinnegare il fatto che si chiami wrestling negli Stati Uniti, piuttosto che lucha libre o puroresu in altre parti del globo: se siamo italiani, allora vale la pena di mettersi un po' più in gioco (lo dico senza voler mancare di rispetto a nessuno). Più si trae ispirazione da qualcosa che è lontano da noi e più non si fa un favore al nostro prodotto. Più i richiami si rifanno a qualcosa che non siamo noi, e più il confronto ci fa risultare perdenti, anche quando non lo si merita. Perdenti per svariati motivi: esposizione, fondi, strutture, mettiamoci anche la cultura.

La cultura, però, la si crea.

Perché la cultura è frutto di una spinta, è frutto di una tradizione, che si crea non scimmiottando, non andando a prendere ispirazione e momenti di formazione da realtà che poco hanno a che fare con noi. È totalmente inutile.

Faccio un piccolo excursus. Nel 2005, anni del "boom", il già mille volte decantato boom del wrestling in Italia, c'erano testate nazionali come Panorama o il Corriere della Sera, che andavano a intervistare i vari promoter locali (successe anche a me ovviamente), e non mi ricordo ora quale di queste coniò il termine spaghetti wrestling, riferendosi all'epopea dello spaghetti western.

Magari la loro intenzione era puramente canzonatoria, ma io personalmente lo pensai come un complimento, come a una "nostra via italiana", poi in realtà rivelatasi pura carta. Oltre vent'anni dopo, siamo ancora qui. 

Sarebbe il caso di farci legare all'albero maestro, per resistere alle sirene oltreoceano ed oltremanica. Se noi siamo italiani, facciamolo questo prodotto italiano. 

Ecco quindi la lezione della American Wrestling Federation. Loro hanno cercato non di scimmiottare la WWF o la WCW di allora, in un periodo peraltro - eravamo appunto nel 1995 - in cui la popolarità del wrestling negli USA era in picchiata. Diesel / Kevin Nash, che ai tempi era campione del mondo della WWE, si lamentava dell'essere il campione meno pagato di sempre. Gli veniva risposto da Pat Patterson che sì, era vero, così come era certo Diesel il campione che aveva portato meno introiti nella storia della Federazione. 
In quel periodo di crisi, due wrestler - Santana e Slaughter - che le avevano viste tutte dagli anni 70, decisero quindi di creare un prodotto di rottura, poi possiamo disquisire quanto vogliamo anche sulla scelta di affidarsi a wrestler già ben conosciuti ma quindi anche ben lontani ormai dall'apice della loro carriera e della loro forma fisica. 
Sta di fatto che la spinta verso l'idea di promuovere un qualcosa di diverso, era già concettualmente una spinta positiva. Perché se anche questa esperienza è terminata dopo solo un anno, a causa della poca appetibilità della scuderia verso i network televisivi, e i costi di produzione derivati dalla creazione delle puntate tv, non si può non apprezzare il tentativo.

L'alternativa è sempre una spinta vincente.
La voglia di creare qualcosa di diverso, qualcosa di proprio, è un momento in cui ci si guarda dentro, un momento in cui si sperimenta.

Posso capire che il mondo è dominato dai "numeri": se non hai numeri non hai fondi, e se non hai fondi nascono altri problemi...Lo so benissimo. So benissimo come funziona, esperienza sul campo.

Guardate cosa è successo solo poco tempo fa: la AAA ha mandato in onda "La Noche de Los Grandes", match principale la sfida mascara contra mascara dei due Grande Americano, uno contro l'altro.

Ecco, se in questi anni mi avete seguito, allora avrete riconosciuto in quell'incontro tutti i canoni del Wrestling con la W maiuscola...E non si può certo dire che non vi fossero all'interno elementi di modernità, high spot un po' spinti all'eccesso, ma c'erano comunque tutti gli ingredienti del Grande...Wrestling.

C'era la rivalità, il messaggio di doversi giocare il tutto per tutto, c'era il fatto che il pubblico credeva in quello che succedeva tra le corde, il cosiddetto suspension of disbelief, e in questo caso non c'era nemmeno il mistero dietro alla reale identità dei wrestler sotto alla maschera: nel mondo di internet tutti nel palazzetto sapevano di stare assistendo a un match tra Ludwig Kaiser e Chad Gable. La storia, però, veniva prima di tutto, di tutte le "consapevolezze" del mondo reale. Ricordiamo Jerry Jarrett, secondo cui "le faide personali generano introiti economici".
La scelta di produrre un filmato, prima del match, che narrava la storia di questi due Protagonisti sotto forma di fumetto: da un lato non fa dimenticare a chi guarda che siamo comunque sotto il cappello della WWE, tutto sfarzo e impatto visivo, ma dall'altro propone la sfida in un modo tagliato sul pubblico messicano.

Ovvio, quando un prodotto come questo è realizzato con tutti i crismi, viene apprezzato ben oltre i confini messicani: del resto, quello che sto scrivendo io lo hanno detto tanti altri, e per farlo non si deve per forza essere legato ai temi del cosiddetto "Old School".

Diciamoci la verità: questa storia della presunta dicotomia old school / new school ha un po' rotto.

Il fatto che io sia totalmente contrario ai match intergender non mi rende "old school", ma semplicemente ragionevole. Per quanto mi riguarda - dato che il wrestling è una simulazione teatrale di combattimenti - l'unica disciplina sportiva che prevede partecipazione di donne e uomini allo stesso momento è il doppio misto di tennis. Punto. 

Per me, il concetto di intergender, nel wrestling, non esiste. Se vengo additato come retrogrado, puritano, beh pazienza. Sicuramente non sono puritano, ma sono un purista, quello sì. 

Quello che è andato in scena alla Noche de Los Grandes era wrestling. Aggiungo, il match principale della serata è stato collocato in un contesto dove anche gli altri incontri in programma non hanno presentato nulla di incoerente, di fuori dal discorso: è stata una serata dove chiaramente si è goduto di un prodotto fatto e tagliato per un certo pubblico, sì, ma fatto talmente bene che non ho avuto bisogno di sentirmi messicano per goderne appieno.  

La domanda aperta che io pongo qui è la stessa che riverbera tra i vari capitoli dell'Almanacco del Wrestling: siamo in Italia? E allora proviamo a sperimentare nella creazione di un prodotto italiano!

Ci rendiamo conto? Undertaker si ritira, sfila i suoi guanti e li lascia a centro ring. Aj Styles fa lo stesso. Lesnar lo ha fatto, per poi continuare la sua saga con Oba Femi...E noi in Italia dobbiamo assistere a una cosa analoga??? Ma stiamo scherzando?

L'Italia è l'Italia. Calcio, basket, pallavolo, rugby...
Ma ce lo vedete voi un calciatore, un cestista, che alla fine della propria partita di Addio lasci le scarpe a centro campo e vada in giro in calzini? Dai, smettiamola con questo onanismo da fan di noi stessi.

In Inghilterra usavano i round, e noi italiani abbiamo una tradizione pugilistica di tutto rispetto, mi pare. Perchè non introdurli anche da noi? Vi faccio un esempio semplice-semplice, uno spunto creativo: se in un match a round la vittoria va comunque al primo che riesce ad aggiudicarsi uno schienamento/sottomissione, ecco che magari, per match con in palio un titolo, si passa al meglio di tre...E che alla dai 6 round canonici si passi a 10, e che alla fine di questi 10 si sia in pareggio. Avete capito dove voglio arrivare. 
Ecco, non vi è servita una "Laurea in Smackdown" per cogliere lo spunto. È la vostra esperienza e il vostro buon senso a seguire la narrazione. 
A proposito di narrazione, mi sento di fare un plauso a Corey Graves, bravo in sede di commento a significare la storia dei due Grande Americano nella maniera giusta. Poi ovvio, ognuno ha i suoi gusti: io personalmente avrei preferito un match al meglio di tre round in questo caso, seguendo la vecchia tradizione della lucha libre o dei match titolati americani fino agli anni Sessanta, ma capisco il motivo dell'unico round: siamo sotto al cappello della WWE, quindi qualcosa andava concesso.

Ricordate la WCW nel 1999? Per decretare i nuovi campioni di coppia, Kevin Sullivan istituì un torneo a doppia eliminazione. I perdenti, già dal primo turno, finivano in un altro torneo ad eliminazione. Al termine, Il team vincitore del primo torneo affrontava il team vincitore del torneo "dei ripescati", con la condizione che il secondo team, per aggiudicarsi le cinture, era costretto a sconfiggere gli avversari per due volte. Non mi dilungo oltre, il messaggio è chiarissimo.

Torniamo a noi. Abbiamo detto calcio, basket, pallavolo...Tutti sport dove ci sono campionati, regolati da classifiche. Perchè allora non istituirle anche qui? 
Idem per i tornei ad eliminazione: se per qualche motivo un titolo diviene vacante, i primi otto in classifica entrano nel torneo con il fattore delle teste di serie, e se un match del torneo finisce in pareggio, passa la testa di serie più alta. Quante conseguenze, quante strade che si potrebbero percorrere. Il limite è il cielo, insomma.

Dato che, però, il wrestling NON È UNO SPORT, ma intratteniment, ancora adesso mi da fastidio quando la Gazzetta dello Sport parlare del wrestling, perché per me - e questo lo dico dai tempi in cui venivo intervistato dalle varie Radio Vaticana, le TV nazionali e locali, eccetera eccetera, il wrestling deve finire non nelle pagine sportive dei giornali locali, ma nelle pagine degli spettacoli.

Io rispetto quanto proposto da Tony Fusaro, che mettendosi al fianco il Maestro Angeli, conferendo

legittimità ai match di puroresu che commentava. Questa è un'ottima strategia per raccontare le storie messe in scena sul ring, non per trattarlo come uno sport!

Non bisogna avere paura di fare qualcosa che può essere visto come un elemento di rottura rispetto al wrestling americano. Che male ci sarebbe? Che ogni appassionato continui a godersi la WWE, la All Elite, la Game Changer, la MLW e quello che gli pare, ci mancherebbe.

E se si decidesse di cambiare il nome, a questa nostra disciplina? Una volta lo chiamavano Catch, no? Noi non siamo la WWE o il loro lontano nipote povero. A che serve muoversi come tale?

L'Italia è Italia. Ben venga che arrivi - ben pagato tra l'altro - il wrestler ex WWE, il wrestler delle Indy, di puroresu, qui a calcare i nostri ring. Facciamolo però misurare con un wrestler italiano, secondo le regole italiane. 

Stessa cosa per il tragitto contrario: qualche tempo fa si è tenuto in Inghilterra un tryout WWE, a cui ha preso parte anche qualche wrestler italiano, sicuramente Ema Corsi e Renzo Rose, che ho conosciuto personalmente durante il mio periodo di SIW. 
Sono certo che l'istituzione in Italia di un prodotto "diverso" non costituisca un limite per chi poi, atleta nostrano, aspiri a tentare il grande salto. È una storia vecchia come il mondo: Billy Robinson, tanto per fare un esempio, non era inglese? E nel Regno Unito il wrestling era o non era diversissimo dalla disciplina praticata in altri continenti? Robinson ha fatto comunque fortuna in Giappone e nella AWA.  Pensate a Satoru Sayama, il primo Tiger Mask: è stato APPOSITAMENTE mandato in Inghilterra ed in Messico per affinare le sue doti, prima di vestire la maschera di Tigre. 
E poi ancora William Regal, Dynamite Kid, Les Thornton...

Le possibilità ci sono, da qualunque punto di vista si guardi la situazione attuale. 

Ci vuole coraggio, però. La voglia di fare qualcosa di proprio, senza avere paura di perdere "numeri", perchè quelli acquisiti rimangono, se si fanno le cose come si deve, lasciando l'Oceano ai transatlantici.

Il mio interesse a recuperare la breve storia della American Wrestling Federation, utilizzandola come molla per presentarvi queste mie riflessioni, risale a ormai parecchio tempo fa. 
La trasmissione de La Noche de Los Grandes, però, ha avuto l'effetto dirompente che mi mancava. Mi ha fatto vedere che esiste la possibilità, al giorno d'oggi, di trovare modi e maniere per andare a recuperare e a creare da zero da zero una via italiana al wrestling.

Il pubblico c'è, e merita un suo Wrestling. Ognuno poi potrà continuare, nel tempo di internet, a poter godersi prodotti alternativi da tutte le parti del mondo. 
Ma una volta sintonizzato sulle nostre frequenze, troverà un prodotto proprio, dove prima del gong di un match per il Titolo Italiano, non si sorprenderà ad ascoltare le note del Canto degli Italiani. 

Senza politica, senza ideologia.
Con sola, grande, Pura...Passione.



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