13 Novembre 2005...Da Minneapolis a Londra

 

19 anni fa ci lasciava #EddieGuerrero, stroncato da un infarto in una stanza di albergo, a Minneapolis.

Il mio ricordo di quella giornata particolare, in un luogo particolare, un'occasione particolare.
 
Ware, Hertsfordshire, Regno Unito
AWA:United Kingdom
 
Nessuno, negli spogliatoi o tra il pubblico si sarebbe aspettato che, i primi gong di quella serata, sarebbero stati dieci di fila.
 
Il mio racconto, un pretesto per ricordare a tutti gli appassionati di Wrestling che Eduardo Gory Guerrero è stato molto di più che il protagonista in WCW e WWE a cavallo tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio.
 
Questa volta, però, oltre alle semplici parole preferisco tornare ai miei "vecchi metodi", quelli della narrazione in video. Vi accolgo nuovamente nel mio salotto per condividere la stessa passione, e le emozioni di Storie che hanno attraversato, prima degli States, sia il Messico che il Giappone...A viso scoperto e persino sotto una maschera...
 

Almanacco del Wrestling - ANTONIO INOKI


Il 6 dicembre 1979, Antonio Inoki si trova di fronte a un bivio. Accettare una vittoria discussa o lasciare parlare il proprio orgoglio? È il nuovo capitolo dell'Almanacco del Wrestling. 

Oggi voliamo in Giappone, anche se, in verità, la Leggenda di cui vado a raccontarvi oggi è difficilmente ascrivibile ad un solo Stato, ad una sola nazione. Antonio Inoki è un grande personaggio a tutto tondo, non solo nel mondo del wrestling, anche se oggi chiaramente parleremo di quello. 
Per parlare di Antonio Inoki andiamo a introdurre la motivazione che sta dietro la Storia di cui ne è effettivamente il protagonista. Parliamo non tanto di vincere o perdere, ma di orgoglio. Spiegare con le proprie azioni al pubblico, agli appassionati, cosa vuol dire avere una spinta più grande della voglia stessa di prevalere, della voglia stessa di aggiungere un trofeo, per quanto prestigioso, al proprio palmares.

Inoki compie i suoi primi passi nel mondo del wrestling sotto l'ala protettiva del mostro sacro per eccellenza del puroresu, Rikidozan, che ha due allievi prediletti, Inoki appunto e Shoei "Giant" Baba. ..Anche se, bisogna dire, agli occhi non solo del Maestro, ma anche di chi era vicino a lui, Baba veniva visto come il "prescelto" a raccogliere le redini del movimento giapponese. Inoki e Baba nel 1973 andranno poi a creare ognuno la propria realtà, quando l'esperienza della JWA si esaurirà: la All Japan per mano di Baba e la New Japan, appunto, con la firma di Antonio Inoki. 
Hisashi Shinma, Presidente della WWF
Rispetto a Baba, Inoki non riesce a trovare almeno in questa iniziale parte del suo cammino, una via per la consacrazione a livello mondiale. Perché Baba riesce infatti a catturare anche il titolo mondiale della NWA, cosa non possibile per Antonio Inoki, non affiliato all'Alleanza. Antonio comunque va negli Stati Uniti per tentare fortuna e raccogliere esperienze. Per questo approda alla NWF, che è una realtà del nord-est degli Stati Uniti, attiva nell'area tra gli Stati di New York e dell'Ohio, ne rileva alcune quote azionarie, per poi diventarne effettivamente il Campione.
Quando il detentore della Corona NWF, Johnny Powers, intraprende una tournée in Giappone, lo fa sotto l'egida della New Japan, e Antonio Inoki, che lo sfida con successo, viene riconosciuto dalla NJPW come Campione Mondiale. È il suo primo assaggio di un campionato che, per blasone, porta il suo nome oltre i confini della terra del Sol Levante. Questo, però, a lui non basta, perché comunque il peso della competizione con Baba è forte e dopo l'esperienza con il titolo della NWF - un titolo che comunque resterà attivo sino agli albori dell'International Wrestling Grand Prix - decide di volgere il suo sguardo verso il titolo della World Wrestling Federation. 
La congiuntura "geopolitica", alla fine degli anni Settanta, è particolare favorevole, perché il presidente della WWF era un giapponese, Hisashi Shinma. Ed è proprio grazie a Shinma, deus ex machina della collaborazione tra WWF e New Japan, che arriva questa nuova grande opportunità. 

Antonio Inoki sfida più volte il campione dell'epoca, Bob Backlund, e alla fine riesce a portargli via il titolo. Questo è un cambio di mano del Titolo che ancora oggi, a livello ufficiale, non viene riconosciuto come tale, perché nel giro di una settimana la cintura passa dalle mani di Backlund a Inoki, per poi tornare intorno alla vita dello statunitense.

Fatto questo doveroso preambolo, entriamo del dettaglio della storia di questo Capitolo.

Antonio Inoki sconfigge Backlund per il titolo, ma l'ora ex-campione è ancora lì, in terra nipponica, per proseguire nella sua tournée. Ottiene per la settimana successiva, il 6 dicembre del 1979, un rematch con il titolo ancora in palio. È un incontro di stili molto simile per certi versi, visto che sia Inoki che Backlund hanno in comune un percorso di formazione con il leggendario Karl Gotch...E questo si vede benissimo, così come il pubblico sa riconoscere in Inoki un wrestler non al 100% espressione di uno stile al 100% giapponese: c'è molto del sizzle statunitense in Antonio Inoki, nel modo in cui combatte, in cui lui riesce a gestire il match.
Va detto, nel rematch è Antonio Inoki, nonostante sia lui il campione e Backlund lo sfidante, a mantenere le redini per quasi tutta la totalità della contesa. 

Il "quasi" però qui fa la differenza. Cosa succede alla fine del match? Nelle fasi più concitate, quando entrambi i wrestler sono letteralmente stremati, ecco che dal passato torna un acerrimo nemico di Antonio Inoki, Tiger Jeet Singh, che fino a poche settimane prima ha conteso la corona dell'NWF all'eroe giapponese.
Inoki è uscito vincitore da una lunga serie di battaglie contro questo grandissimo wrestler indiano, però insomma, a Singh la recente sconfitta non va giù e quindi, proprio quando sembrava che Inoki fosse sul punto di sconfiggere Backlund, il suo intervento porta alla vittoria dell'ex iridato. 

Il fatidico conto di tre rimette di fatto a posto il cosiddetto lineage , l'albo d'oro ufficiale del Titolo Mondiale WWF. A dirla tutta, il condizionale sarebbe d'obbligo, visto che l'intervento di Tiger Jeet Singh spinge il Presidente WWF a salire sul quadrato.
Shinma prende la cintura dalle mani di Bob Backlund (che, claudicante, non aveva visto l'interferenza di Singh) per riconsegnarla a Inoki, tra le urla del pubblico.

Questo è il momento cardine della nostra Storia. 

Antonio Inoki potrebbe serenamente portarsi la cintura negli spogliatoi perché, di fatto, l'ingerenza di Tiger Jeet Singh varrebbe una squalifica, visto che non solo distrae, ma scaglia un colpo ai danni di Inoki. Beh, il Campione de facto non la pensa così: del resto, le sue spalle sono state al tappeto per il conteggio di tre dell'arbitro, un arbitro che non aveva visto l'intervento dell'indiano pochi istanti prima. Quindi, per lui, tornare a casa ancora come Campione, in quella maniera rocambolesca seppur legittima, non è ciò che si era prefissato. 

Voleva dimostrare di essere in grado di prevalere ancora, per il suo pubblico ma soprattutto per sé stesso. Decide così di rinunciare al titolo e chiede al microfono a Backlund l'opportunità di un altro match per mettere fine alla questione. 


La storia però aveva altri percorsi in serbo per questi due gladiatori. 

Bob Backlund prese la cintura per riportarla negli Stati Uniti. Di lì a poco, il 19 Dicembre 1979, un match tra lui e Bobby Duncum al Madison Square Garden (Duncum era, negli States, considerato il primo sfidante al titolo WWF) assegna ufficialmente la corona e decreta la fine della diatriba, almeno per quanto riguarda Vince McMahon Senior e i suoi promoter. 

Lou Thesz arbitro speciale nell'ultimo match tra Backlund e Inoki

Inoki ebbe effettivamente altre chance per riagguantare la cintura viola: in Florida nell'aprile del 1980, a Tokyo durante le Bloody Fight Series estive, e persino l'anno seguente a Naucalpan, in Messico, con Lou Thesz convocato dalla UWA per arbitrare questa magnifica contesa. Non riuscì più nell'impresa.

Detto questo, è innegabile che Antonio Inoki, sia stato a tutti gli effetti Campione della WWF, e quella cintura nel Dicembre 1979 non la perse agli occhi del pubblico, agli occhi del Presidente Shinma, ma  comunque, il suo orgoglio lo portò a decisioni diverse. Ed è questa una motivazione che mi ha spinto oggi a raccontarvi questa sua storia, lasciandovi qui sotto spazio per i commenti, spazio per tutti i vostri punti di vista. 

Vi lascio inoltre altri link per rivivere match che ho pensato potessero fare da corollario a questa bellissima Storia, una storia dove l'orgoglio vince, rispetto alla voglia di Vittoria.

A presto, con un nuovo capitolo dell'Almanacco del Wrestling.




Almanacco del Wrestling - OLE ANDERSON

Ole Anderson - Il Tradimento a Dusty Rhodes


Ole Anderson è a tutt'oggi considerato una Leggenda nel mondo del wrestling statunitense. 

Sul quadrato, per i risultati ottenuti specialmente come parte del sodalizio conosciuto con il nome di "Minnesota Wrecking Crew", al fianco di Gene Anderson (e Lars) prima, ed in seguito con Arn Anderson.

Fuori dal ring, per la sua lunga carriera di promoter e booker, che lo hanno portato, caso rarissimo per la sua generazione, a raggiungere una posizione economica così florida da non vedere l'esigenza di spostarsi da un territorio all'altro, come si faceva sino alla fine degli anni Ottanta, per mantenere sè e la propria famiglia: la grande sagacia, la capacità di "sentire" il pubblico, di anticiparne i pensieri e soprattutto i desideri hanno fatto del suo stile creativo un punto fermo per il cosiddetto "southern wrestling" nell'accezione più atletica del termine, quella cioè più legata al trittico sudore-sangue-lacrime che non alle stipulazioni incredibili tipiche del Tennessee (ma sugli stili di booking influiscono anche le cadenze degli spettacoli...e le differenze tra territori "settimanali" e "mensili" di cui parleremo prossimamente).

Quello che accadde a Luglio del 1980 è un esempio della grande visione di Wrestling di questo immenso personaggio, capace di riprendere un discorso lasciato un anno e mezzo prima, per sorprendere - e infuriare - tutti i fan presenti quella sera all'Omni.

Lungo tempo era trascorso dall'ultimo incrocio sul ring tra Ole Anderson e Dusty Rhodes, con quest'ultimo che fece ritorno nel territorio della Florida per perseguire la sua scalata al Titolo Mondiale NWA. Durante quel lasso di tempo, Ole Anderson si ritrovo sorprendentemente a sentire gli applausi del pubblico, dopo aver resistito all'assalto di wrestler odiati come "Russian Bear" Ivan Koloff e Alexis Smirnoff, grazie anche all'assistenza di altri popolari stelle come Stan Hansen e Tommy Rich, con i quali Ole si alleò in diverse occasioni.

Al ritorno in Georgia, "American Dream" Dusty Rhodes si ritrovò subito coinvolto in un'accesa rivalità con Terry Funk prima e soprattutto con il tag team più dominante del periodo in Georgia (e probabilmente uno dei tandem più ricordati ancora oggi, grazie alle loro diverse formazioni che si sono susseguite nel tempo), gli Assassins.

Dopo aver detronizzato Ole & Lars Anderson dal titolo di campioni di coppia del territorio, i misteriosi wrestler mascherati dovettero rispondere "presente" alla sfida per il titolo lanciatagli da Rhodes...e quale miglior partner che non l'ex acerrimo nemico, il pilastro della zona, Ole Anderson? 

Ecco, in quelle due parole "acerrimo nemico", sta tutto il nocciolo del discorso: Ole e Dusty se le sono date di santa ragione per anni, lungo tutta la grande regione del Sud. Al termine dell'ultimo, sanguinoso match tra i due, Dusty Rhodes disse chiaro alle telecamere una frase che sarebbe poi diventata celebre: It will never be over!

A giudicare da quello che successe in quel fatidico 20 luglio 1980, si può proprio dire che Ole Anderson, quella frase, se la "legò al dito". 

Dusty avvicinò Ole per proporgli di mettere da parte il passato, let bygones be bygones: mettere insieme le proprie forze e scalzare gli Assassins dal soglio iridato. 

Il 22 giugno, i fan di Atlanta assistettero a qualcosa che mai avrebbero potuto ritenere possibile: il demolitore del Minnesota ed il Sogno Americano dalla stessa parte del quadrato. Il match terminò in no-contest, nessun vincitore, nessuno sconfitto. Tutto da rifare insomma.

Il 6 luglio, la rivincita, ma esito sorprendente: grazie ad un aiuto esterno, gli Assassins sconfiggono i nuovi eroi, e chiudono la questione, giusto? Sbagliato!

Ole Anderson propone a Dusty Rhodes una petizione per chiedere al promoter Paul Jones (no, non "Number One" Paul Jones, leggendario wrestler e manager dell'area Mid-Atlantic, semplice omonimia) una stipulazione speciale per il rubber match: una gabbia, con all'interno non uno, ma DUE arbitri speciali, scelti rispettivamente dal tandem Campione e dal duo di sfidanti: gli Assassins scelsero Ivan Koloff, mentre i pretendenti al titolo trascinarono nell'agone nientepopodimenoche...Gene Anderson! Il capostipite della dinastia degli Anderson, pietra miliare dell'area georgiana.

Eccoci dunque al fatidico 22 luglio 1980. Un giorno per la Storia.

Dopo le schermaglie iniziali, che vedono i favoriti del pubblico viaggiare con il vento in poppa, le tattiche scorrette dei due Campioni fanno loro prendere il controllo su Dusty Rhodes, e la contesa diventa un attacco a senso unico.

Rhodes tenta più volte di dare il cambio al suo compagno, senza riuscire a raggiungere l'angolo amico del quadrato. Nel momento di maggiore difficoltà, ecco finalmente l'apertura agognata, e il tag a Ole Anderson. Il pubblico in fiamme. Poi il silenzio, l'incredulità.

La rabbia.

Al suo ingresso sul ring, Ole Anderson si volta infatti verso il suo compagno...E inizia ad attaccarlo come una, beh, come una furia. Gli stessi Assassins sono increduli, così come l'arbitro "di parte" Ivan Koloff. Gene Anderson invece parte subito anche lui all'attacco del Sogno: i fan dell'Omni capirono subito, erano di fronte a un agguato programmato! 

Sul ring vola di tutto, Rhodes si ritrova attaccato da cinque wrestler, prima che Koloff e gli Assassins, vedendo l'aria che tira, capiscono che quella non è di fatto la loro guerra e possono anche limitarsi a far sì che nessuno entri nella gabbia tra i wrestler - e i fan! - che tentano in tutti i modi di scalare la gabbia che è di fatto diventata una prigione di acciaio per il malcapitato Dusty.

Ai protagonisti dell'agguato saranno necessari la scorta della polizia, e lunghe ore di attesa, per uscire dal palazzetto tutti interi. Il sabato successivo gli spettatori dell'emittente WTBS, la cosiddetta "Superstation" per via della capacità di emissione del suo segnale, furono testimoni di quello che ancora oggi è considerato uno degli interventi al microfono più memorabili di sempre, grazie al genio e alla capacità comunicativa di Ole Anderson.





 

Come sempre per ogni capitolo del mio Almanacco, spazio al messaggio conclusivo. Per tutti coloro che producono Wrestling in Italia, e che sono senza nemmeno accorgersene vittime dell'ansia di vedere e di scoprire, tipica del fan e, beninteso, parte vitale della passione e della curiosità che lega il pubblico al prodotto, ecco che questo grande pezzo di storia ci insegna che alcune delle Storie più importanti nel lungo cammino di questa disciplina partono dal presupposto che i tempi di maturazione, se bene congeniati, quei semi, se dato loro tutto il tempo di crescere e germogliare, regalano soddisfazioni, reazioni più grandi, e soprattutto più ampi solchi, nei percorsi della memoria collettiva di tutti gli appassionati.

 

Prossimo capitolo: Ox Baker, e il suo feroce attacco a Ernie Ladd